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Skill gap: realtà o fake news?

Skill gap

Nel mondo del lavoro italiano, oggi, si parla moltissimo di “skill gap”.

Secondo questa teoria, una delle cause dell’alto tasso di disoccupazione attuale è il gran numero di posti di lavoro che restano vacanti per l’assenza di candidati con le giuste qualifiche.

La tesi dello skill gap ha basi solide e sponsor illustri, ma potrebbe non raccontare l’intera verità…


Lo studio presentato alla conferenza annuale dell’American Economics Association

A sollevare qualche dubbio è un recente studio sul mercato del lavoro negli Stati Uniti a opera di Alicia Sasser Modestino, Daniel Shoag e Joshua Ballance, basato sull’analisi di 36,2 milioni di offerte di lavoro aggregate da Burning Glass Technologies.

Partiamo con l’analizzare il contesto di riferimento.

La teoria dello skill gap, infatti, è emersa 6-7 anni fa negli Stati Uniti in relazione all’alto livello di disoccupazione che aveva preceduto quel periodo. Anche allora imprenditori e selezionatori lamentavano l’assenza di candidati in linea con i requisiti delle posizioni aperte presso le loro aziende. E anche allora questa tesi era appoggiata da riviste e aziende autorevoli, come l’Harvard Business Review e Siemens.

Da quegli anni, anche grazie agli sforzi della Federal Reserve e agli stimoli fiscali introdotti dai governi che si sono succeduti, il tasso di disoccupazione americano è progressivamente calato fino a raggiungere il minimo storico.

Quel che la ricerca fa notare, però, è che in questo lasso di tempo negli Stati Uniti non è avvenuto alcun cambiamento significativo nel sistema educativo né sono stati compiuti grandi investimenti nella formazione aziendale per riqualificare il personale e sviluppare nuove competenze.

Lo skill gap, insomma, non è stato colmato in alcun modo apparente, eppure la disoccupazione è calata enormemente.

Da dove derivava, quindi, la difficoltà nel trovare candidati in linea con le proprie aspettative?


L’upskilling

Secondo questo studio, la colpa è stata di un fenomeno identificato con il termine “upskilling”.

Come emerso dall’analisi di una enorme quantità di dati degli anni 2007-2012, i datori di lavoro hanno cioè reagito all’alto livello di disoccupazione (e quindi all’ampia disponibilità di candidati) con un irrigidimento dei requisiti per le posizioni aperte.

Un fenomeno talmente diffuso che analizzando 36,2 milioni di job description è stato possibile ricavare alcune correlazioni matematiche.

Per esempio, si è riscontrato che all’aumentare di un punto del tasso di disoccupazione corrispondeva un aumento di 0,5 punti della percentuale di aziende che richiedevano una laurea e un aumento di 0,8 punti della percentuale di aziende che pretendevano più di 2 anni di esperienza.

Con il passare degli anni e il calo della disoccupazione le job description sono diventate sempre meno restrittive. Oggi, addirittura, negli Stati Uniti la vera sfida è trovare il valore nascosto anche in quei candidati che apparentemente non sono in linea con le esigenze dell’azienda.


E in Italia?

Il mercato del lavoro americano è, ovviamente, diverso dal nostro.

Ciò non toglie che anche in Italia, con tutta probabilità, un fenomeno reale come lo skill gap sia esasperato dalla pratica dell’upskilling.

Da una parte, infatti, l’abbondanza di profili umanistici a scapito di candidati con competenze più tecniche e scientifiche, oggi più richiesti, è un tormentone che va avanti da anni ma anche una realtà che complica i processi di ricerca e selezione di molte imprese.

Dall’altra parte sono tanti gli annunci di lavoro con requisiti eccessivi rispetto alla mansione, soprattutto quando si ricercano profili junior.

A confermare il problema dell’upskilling in Italia, associato a una certa superficialità di molte aziende nelle attività di recruiting ed employer branding, anche l’opinione di diversi esperti, come Osvaldo Danzi.




Credito fotografico: ©yavyav/Fotolia

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